“Parte da questo Porto di Castellammare ove per la grazia di Dio e de’ nostri Santi Protettori, si gode di perfettissima salute, senza alcun sospetto di mal contagioso, il brigantino nominato La Carolina…”. Nella Napoli della Restaurazione sotto Ferdinando I, il mare era un teatro di scambi ma anche di tensioni internazionali.
Il documento di sanità rilasciato a Castellammare di Stabia per il brigantino La Carolina, al comando del Capitano Pasquale Cafiero (di Meta) ci svela un dettaglio giuridico fondamentale: il brigantino navigava “coverto di Bandiera Napoletana”. Nel diritto marittimo del Regno delle Due Sicilie, ciò indicava che l’imbarcazione godeva di una protezione speciale o di una neutralità riconosciuta tramite trattati internazionali.
Spesso indicava che la nave era “coperta” dai trattati di pace stipulati dal Regno con le Reggenze nordafricane (Tunisi, Algeri, Tripoli), evitando il rischio di cattura o il pagamento di tributi estorsivi. Status Diplomatico: Significava che l’autorità marittima di Castellammare garantiva la legittimità del bastimento, rendendolo “coperto” (ovvero protetto e riconosciuto) in ogni porto, da Napoli fino a Trani e oltre. Castellammare non era solo la sede del prestigioso Cantiere Navale, ma era un Porto di Salute di Prima Classe. Solo i porti dotati di Magistrati di Salute potevano emettere patenti “pulite”.
Il visto apposto a Castellammare garantiva che il brigantino La Carolina avesse superato ogni controllo, permettendo al Capitano Cafiero di puntare verso Trani (o “dove più sarà opportuno”) con la certezza di poter sbarcare senza ostacoli burocratici o sanitari. Il documento del 13 dicembre 1821 è un eccezionale censimento biometrico. Per i 15 marinai a bordo, oltre al nome, venivano registrati dati che oggi definiremmo “segnaletici”: L’Età, il Pelo2, la Statura. Questi uomini non erano solo numeri; erano cittadini stabiesi e della penisola che portavano con loro la garanzia di una “perfettissima salute”, indispensabile per non bloccare i commerci con lunghe contumaci. Nel documento di sanità rilasciato, tra i 15 marinai del Capitano Pasquale Cafiero, spiccano due figure che incarnano il futuro della marineria borbonica: due giovani di 17 anni. All’epoca un “Alunno” di Marina non era un mozzo qualunque, a diciassette anni, siamo nel 1821, non si era più bambini ma non si era ancora uomini fatti. La dicitura che accompagnava questi ragazzi indicava che erano giovani in addestramento tecnico.
Castellammare era sede del Real Cantiere e di una cultura nautica profondissima. Gli “alunni” venivano imbarcati sui brigantini per imparare la “scienza delle manovre”, il calcolo delle rotte e la gestione del carico. Nel Regno delle Due Sicilie, gli armatori e i capitani dei brigantini erano spesso incoraggiati, o obbligati per legge, a imbarcare giovani apprendisti, gli Alunni di Marina. Spesso venivano imbarcati in coppia per farsi forza a vicenda e per garantire che, in una ciurma di 15 marinai esperti, ci fosse sempre un “ricambio generazionale” in formazione.
Tra i 15 marinai, il diciassettenne Trapani non era solo. A bordo troviamo due figure paterne di riferimento: Aniello Trapani (47 anni), veterano esperto, e Giuseppe Trapani (42 anni). Che fosse figlio di Aniello o di Giuseppe, il giovane “alunno” stava compiendo il suo rito di passaggio. A 17 anni, sotto l’occhio severo ma protettivo del genitore, imparava i segreti del brigantino.
Il secondo alunno, Esposito, viaggiava al fianco di Tommaso Esposito (30 anni). Tommaso, nel pieno della sua forza fisica, fungeva da mentore per il giovane parente. In un’epoca in cui la vita di mare era durissima, avere un fratello o un cugino maggiore a bordo significava avere una protezione costante durante le manovre più pericolose sulle alberature del brigantino. A 17 anni, questi ragazzi erano nel pieno dell’apprendistato. Il Capitano Cafiero rispondeva della loro incolumità fisica e morale davanti al Magistrato di Salute e alla Gran Corte di Ammiragliato. Il Capitano Cafiero non era solo il loro comandante, ma il loro tutore legale in mare.
La “bandiera coverta” garantiva a questi diciassettenni che, in caso di incontro con navi corsare, il brigantino fosse protetto dai trattati internazionali, evitando ai giovani il rischio della schiavitù nei bagni penali del Nord Africa. La presenza di Pasquale, Bartolomeo e Vincenzo Cafiero a bordo dello stesso brigantino, La Carolina, trasforma questo documento in una testimonianza d’élite della gerarchia marittima stabiese e sorrentina del 1821. In una nave di 15 uomini, avere tre esponenti della stessa famiglia significava una cosa sola: controllo assoluto e fiducia totale.
Pasquale Cafiero (Capitano): Il vertice decisionale, colui che rispondeva al Magistrato di Salute e agli armatori. Bartolomeo e Vincenzo: Probabilmente fratelli o cugini stretti, ricoprivano verosimilmente ruoli chiave. Insieme formavano il “nucleo duro” che garantiva la disciplina e la sicurezza del carico. Questo documento di sanità del 1821 è dunque molto più di un certificato medico: è l’atto di nascita professionale di una nuova generazione di marinai stabiesi.
Questa testimonianza datata 13 dicembre 1821 ci dice che Castellammare, ma anche la vicina penisola sorrentina era un alveare di competenze. Quei 15 uomini non erano estranei messi insieme dal caso, ma una cellula sociale in movimento. Se guardiamo i dati biometrici (statura, pelo, età), notiamo che il documento serviva a “immobilizzare” l’identità di questi uomini. Ma la storia ci dice che si sono mossi eccome: da quel viaggio sono nate generazioni di capitani che hanno reso Castellammare famosa in tutto il mondo.
A cura di Giuseppe Plaitano

