Una matrice di storia

Questo timbro proviene dalla storica Tipografia Fedeli, giunto all’Archivio Plaitano grazie alla generosità del compianto amico Sandro, aggiunge un valore affettivo e filologico inestimabile. La Tipografia Fedeli non è stata solo un’azienda, ma un vero e proprio presidio culturale del territorio stabiese.
Le tipografie storiche come quella dei Fedeli erano i custodi delle matrici della città. Quando il Comune necessitava di un nuovo sigillo, come quello del periodo storico in questione, che integrasse la Madonna di Pozzano con il Fascio Littorio, si rivolgeva a maestranze locali di fiducia che sapevano come trattare l’iconografia sacra della propria terra. Un timbro inciso direttamente su legno (spesso bosso) rappresentava il “punto zero” della stampa. Veniva inciso non solo per timbrare singoli fogli, ma talvolta come matrice per creare calchi. La donazione del compianto Sandro all’Archivio Plaitano sottrae questo oggetto all’oblio. In un archivio, il timbro smette di essere uno strumento e diventa un documento tridimensionale.
L’inizio del Novecento ha rappresentato un periodo di affascinante coesistenza tra la modernità industriale e la tradizione artigianale. Nonostante la linotype e le macchine rotative stessero rivoluzionando l’editoria quotidiana, i caratteri e gli stampi in legno rimanevano i protagonisti assoluti della comunicazione visiva di grande formato: dai manifesti elettorali, agli stampati comunali.
Il processo di creazione del disegno sullo stampo si era evoluto grazie a un’invenzione cruciale del secolo precedente: il pantografo.
Si partiva da un disegno originale su carta. Questo veniva poi intagliato su una dima (una sagoma) in legno duro o metallo, che serviva da guida.
L’artigiano non incideva più tutto a mano libera. Utilizzava un pantografo verticale collegato a una fresa meccanica ad alta velocità. Mentre l’operatore seguiva i contorni della dima con un puntatore, la fresa scavava il blocco di legno vergine (tagliato “di testa” per massimizzare la resistenza).
Nessuna macchina poteva raggiungere la precisione degli angoli retti interni o dei dettagli più minuti. Qui interveniva l’incisore con sgorbie e bulini, rifinendo i bordi affinché l’impronta sulla carta risultasse netta e priva di sbavature.
In quel periodo, la tipografia e la marcatura ufficiale non erano solo strumenti burocratici, ma veri e propri apparati di propaganda che dovevano “aggiornare” le identità locali al nuovo regime.
Il timbro del Comune di Castellammare di Stabia di epoca fascista è un manufatto unico per la coesistenza di due elementi iconografici distinti:
La Madonna di Pozzano (L’identità cittadina) a destra del sigillo. Inserire la Madonna in un timbro ufficiale serviva a ribadire l’identità storica della città, radicata nel sentimento religioso e nella tradizione dei frati Minimi.
Il Fascio Littorio (L’imposizione del regime) Spesso veniva inserito lateralmente allo scudo o come “capo del littorio”. La sua presenza accanto alla Madonna di Pozzano indicava che l’atto timbrato aveva pieno valore legale sotto il governo di Mussolini, unendo il potere spirituale locale a quello politico nazionale.
Il disegno non veniva impresso con una pressa, ma scavato a mano. L’incisore utilizzava il bulino, uno strumento d’acciaio con punta a “V”. La manutenzione di un reperto di questo pregio, era un rito necessario per preservare la nitidezza dell’immagine. Se l’inchiostro si fosse accumulato nei solchi dell’incisione, la Madonna di Pozzano sarebbe diventata una macchia scura e il Fascio avrebbe perso la sua definizione geometrica.Dopo ogni sessione di lavoro, il tipografo utilizzava un panno di lino imbevuto di essenza di trementina o petrolio bianco. Questi solventi avevano il compito di sciogliere l’inchiostro grasso senza far gonfiare le fibre del legno. L’uso dell’acqua era rigorosamente vietato: l’umidità avrebbe causato la dilatazione del bosso, compromettendo la precisione dei dettagli millimetrici.
Per asportare l’inchiostro dai recessi più profondi (come le pieghe del manto della Madonna o gli spazi tra le verghe del fascio), si usavano spazzolini con setole naturali di cinghiale. Lo sfregamento doveva essere circolare e leggerissimo, quasi un solletico sulla superficie, per evitare di arrotondare gli spigoli vivi dell’incisione.
Una volta pulito, il timbro veniva asciugato con carta assorbente e lasciato all’aria. Nelle storiche tipografie come quella dei Fedeli, questi oggetti non venivano mai gettati alla rinfusa in un cassetto, ma riposti in apposite rastrelliere o scatole foderate, con la faccia incisa rivolta verso l’alto per evitare urti accidentali.
Questo “pezzo di legno”, sopravvissuto al tempo, ai solventi e ai cambiamenti politici, è oggi una matrice di identità. Non è solo un oggetto da guardare, ma un libro aperto sulla tecnica di un’epoca in cui la bellezza della forma era un requisito fondamentale anche per un timbro comunale.

A cura di Giuseppe Plaitano

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