Gaetano Martucci nacque a Castellammare di Stabia il 26 luglio 1730, figlio di Aniello e Rosa d’Ayello. La sua non era una famiglia qualunque: i Martucci (Martuccia) erano originari di Messapia (nella diocesi di Brindisi) ed erano giunti a Castellammare con il nonno paterno, anch’egli di nome Gaetano, il quale nel 1689 aveva sposato Maria Mosca, figlia del noto notaio stabiese Giuseppe Mosca. Da questo matrimonio nacquero: Nicola, Aniello e Catello che diverrà sindaco del 2° ceto nell’anno 1730. Il profondo legame con la città si consolidò definitivamente il 10 gennaio 1777, quando la famiglia Martucci venne ufficialmente aggregata alla nobiltà cittadina. Il giovane Gaetano dimostrò fin da subito un intelletto precoce. Dopo i primi studi presso i Seminari di Lettere e di Sorrento, a 13 anni fu mandato a studiare a Napoli per intraprendere gli studi scientifici. Nel 1751, a soli 21 anni, conseguì la laurea in Medicina. La sua ascesa accademica fu fulminea. Appena due anni dopo la laurea, nel 1753, vinse il prestigioso concorso per la cattedra di professore di medicina pratica presso l’Università di Napoli. Esercitò la professione medica ad altissimi livelli, ricoprendo per sette anni anche il ruolo di medico presso l’importante Monastero di Montecassino. Verso la metà del Settecento, la salute dei monaci e dei novizi era affidata a un medico laico professionista, regolarmente stipendiato dall’Abbazia (spesso definito nei registri di contabilità come medico stipendiato o salariato).Questi medici provenivano generalmente dalle vicine università o scuole di medicina dello Stato Pontificio o del Regno di Napoli (come la scuola medica napoletana o la storica tradizione salernitana). Avevano l’obbligo di salire regolarmente al monastero per le visite ordinarie e di risiedervi o accorrere immediatamente in caso di epidemie o malattie gravi dei padri cassinesi. In seguito si stabilì definitivamente a Napoli, dove visse e lavorò, senza però mai interrompere i suoi lunghi e frequenti soggiorni nella natia Castellammare. Sebbene la medicina fosse la sua professione, la vera vocazione civile di Martucci si accese attraverso gli studi storici e paleografici. Il suo debutto nel dibattito culturale avvenne proprio nel 1753, lo stesso anno della sua nomina a professore. Quando il celebre Vescovo di Castellammare, Monsignor Pio Tommaso Milante, diede alle stampe la sua fondamentale opera De Stabiis et Stabiana Ecclesia, la diocesi subì i duri attacchi teologici e storici di Monsignor Agnello Anastasio, arcivescovo di Sorrento. Il giovane Martucci scese calorosamente in campo per difendere l’onore della sua città, pubblicando a Napoli (presso la Stamperia Giuseppe Raimondi) un testo dal titolo: Animadversiones in librum F. Pii Thomae Milante Episcopi Stabiensis De Stabiis, Stabiana Ecclesia, & Episcopis eius – Lettera contenente alcune riflessioni intorno all’opera intitolata…
Con questo scritto Martucci stroncò le pretese sorrentine, tutelando la memoria della chiesa stabiana e dimostrando una straordinaria maturità nel maneggiare le fonti storiche. Questa spiccata attitudine nel dirimere complessi contenziosi territoriali ed ecclesiastici spinse il Martucci, ormai giurista e storiografo affermato, a occuparsi anni dopo di vicende esterne ai confini campani, applicando il medesimo rigore analitico. Nel 1792 scrisse infatti il Ragionamento intorno al pieno dominio della Real Mensa Vescovile di Anglona e Tursi sul Feudo di Anglona col codice diplomatico di quella Chiesa contro l’Università, e alcuni particolari cittadini di Tursi. Sebbene l’opera sia spesso mancante nei repertori bibliografici tradizionali e il nome dell’autore si evinca originariamente da una nota manoscritta al foglio di sguardia, la paternità del Martucci trova una sfolgorante conferma nell’autorevole Dizionario Geografico del Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani. Verso la fine del secolo, Castellammare attraversava una fase di profonda trasformazione economica e urbanistica, ma le casse comunali (l’Università) erano asfissiate dai “debiti strumentali”, ovvero mutui contratti con privati e istituti religiosi tramite atti notarili. Fu in questo contesto che Martucci scrisse le sue opere più celebri e monumentali, stampate a Napoli nel 1786 dalla prestigiosa Stamperia Simoniana:
– Esame Generale de’ debiti istrumentarj della città di Castellammare di Stabia
– Esame particolare de’ debiti istrumentarj della città di Castellammare di Stabia
In questi due trattati, Martucci compì un’operazione di trasparenza amministrativa e difesa legale senza precedenti. Per contestare i debiti ingiusti e tutelare l’erario pubblico, analizzò e riportò minuziosamente tutti i privilegi concessi nel corso dei secoli alla città dai sovrani angioini, aragonesi e spagnoli. Il valore di questa operazione fu immenso: Martucci trascrisse documenti i cui originali, purtroppo, oggi sono andati perduti per sempre. Il suo testo è, per molti di quei decreti sovrani, l’unica testimonianza storica rimasta. Il Martucci richiama diverse concessioni contenute nel Russolillo, un antico registro cittadino che doveva il proprio nome al colore del rivestimento esterno. Il registro è oggi purtroppo considerato disperso: la memoria storica indica infatti nel professor monsignor Di Capua l’ultimo studioso ad averlo consultato, prima che se ne perdesse definitivamente ogni traccia. Il testo costituiva un vero e proprio cartulario, all’interno del quale erano custodite le copie conformi dei documenti pubblici, riprodotte in forma autentica dagli originali dai notai stabiesi su commissione della municipalità di Castellammare. A completamento di questa titanica opera di salvaguardia, pubblicò nel 1787 (sempre per i tipi della Simoniana) la Dimostrazione del diritto di franchigia che appartiene per giustizia alla Città di Castellammare di Stabia, in vigore de’ suoi Privilegi, etc., un testo mirato a difendere strenuamente le antiche guarentigie ed esenzioni della città riguardanti il dazio sul grano. In questo testo, Martucci non agisce più solo come un contabile, ma come un raffinato economista di scuola illuminista. L’opera si proponeva di difendere lo storico diritto della città all’esenzione totale (la franchigia) sui dazi legati all’importazione del grano. Martucci struttura la sua “Dimostrazione” su tre livelli strategici fortemente interconnessi:
– Sostiene che l’esenzione sia un diritto di giustizia innato e sancito dagli antichi Privilegi reali, necessario a garantire il pane quotidiano alla popolazione e a rifornire i magazzini municipali (la pubblica annona) senza subire i rincari delle gabelle.
– Rivendica la franchigia non solo per il consumo interno, ma anche “per causa di commercio”, intendendo Castellammare come uno snodo strategico marittimo capace di generare ricchezza attraverso il libero scambio del grano.
Con un colpo di genio politico, Martucci tenta di persuadere i ministri borbonici dimostrando che la franchigia stabiese, incentivando i commerci, avrebbe finito per arricchire indirettamente persino le casse del Re (il Fisco del Real Patrimonio e la Camera Allodiale). Meno tasse immediate sul grano, insomma, avrebbero prodotto più sviluppo e dunque maggiori introiti complessivi per lo Stato. Attraverso questo trattato, Martucci offrì all’amministrazione comunale gli strumenti legali per resistere alle pressioni fiscali della Capitale, blindando al contempo la memoria di quelle antiche concessioni sovrane (come quelle di Giovanna II o di Alfonso d’Aragona) i cui originali d’archivio sarebbero altrimenti andati perduti per sempre. Gaetano Martucci morì a Napoli negli ultimi anni del Settecento, ma il legame con la sua Castellammare è rimasto indissolubile grazie al prezioso patrimonio culturale che ha donato alla città. Dalle sue opere emerge il ritratto di un uomo che non intese la storia come una sterile contemplazione del passato, ma come uno strumento giuridico vivo, uno scudo concreto per difendere l’autonomia, l’economia e la dignità dei suoi concittadini. Oggi, quando passiamo nei pressi di via Cosenza leggiamo il suo nome sulla targa stradale, abbiamo il dovere di ricordare il professore, il medico e lo storico che salvò dall’oblio i diritti millenari di Castellammare di Stabia.
A cura di Giuseppe Plaitano

