In Alto Mare, di Slawomir Mrozek: l’avventura di produrre teatro in provincia.

Intervista a Cristian Izzo

Ciao Cristian: Sabato 25 è stato presentato alla stampa e alla cittadinanza “In Alto Mare”, la prima produzione teatrale del Teatro Supercinema; contestualmente si è presentata la tua ultima fatica editoriale. Quale è il connubio?

Si tratta di teatro contemporaneo in entrambi i casi, innanzitutto.
Abbiamo colto l’occasione di presentare “Trittico”, mio testo teatrale edito da Progetto Cultura di Roma, alla conferenza stampa di In Alto Mare, prima storica produzione del Teatro Supercinema di Castellammare, perché il volume si pregia di una breve introduzione di Gianfelice Imparato, che di questa produzione cura la regia. E poi, in fondo, ogni iniziativa è in sé un crimine contro la quiete e contro il nulla – ogni iniziativa è lotta, violenza, guerra. Il Supercinema, il suo patron Natale Montillo, che vuole principiare una nuova vita produttiva, deve inevitabilmente violare uno status quo presente. Un’altra quiete, anche quella innocente, come gli assassini del mio testo.

Come è stato essere diretti da Gianfelice Imparato? Quale è stato il tipo di lavoro svolto dal corpo attori? Quale il linguaggio scelto e come credi sarà ricevuto dal pubblico stabiese?

È un lavoro attoriale essenziale, il gusto di Gianfelice bandisce ogni ammiccamento ed ogni orpello, in favore di una naturalezza che, data l’assurdità del testo di Mrozek, un testo quantomai attuale e tagliente nella sua ironia, delizioso nella sua brutalità, va a creare un cortocircuito, almeno per noi, interessantissimo. Sono curioso di vedere il pubblico di Castellammare confrontarsi con un testo contemporaneo, meno noto magari, una drammaturgia meno frequentata nelle città di provincia del Sud Italia. Ruccello, a suo tempo, fece lo stesso con un testo di Ionesco alla festa dell’ Unità. Fine anni ‘70. O almeno così mi si raccontò.

E quale, invece, l’intento di questa iniziativa e quali le sensazioni di chi ne ha preso parte?

Mi emoziona molto che, per festeggiare i suoi 90 anni, un luogo storico come il Supercinema abbia inteso proporre una operazione di teatro contemporaneo, una di quelle operazioni che io, da ragazzo che aveva intenzione di lavorare in teatro, avrei voluto trovare nella mia città, per non dovermi poi trovare a soffrire di un gap culturale come quello che si ha tra giovani di un capoluogo e giovani della provincia.
Ed è per questo che, come il Luogo in Buio, ensemble crossmediale con cui da dieci anni produciamo e studiamo nuovi linguaggi per il teatro, il cinema, la musica, la poesia, abbiamo accolto la proposta del Supercinema e messo a disposizione un team di professionisti e i nostri contatti per poter realizzare questo lavoro. Il nostro intento era quello di creare un ponte e tessere una rete: questa rete ha condotto a Barbara Veloce alle scene, a tutte le persone che hanno collaborato, ed anche a Gianfelice, con cui volevamo da anni tornare a collaborare e con cui già dieci anni fa producemmo “Post Fata Resurgo”, testo mio in versi, di cui Gianfelice curò una messa in scena che coniugava la tragedia e la lirica, con orchestra dal vivo e tredici attrici/cantanti (opera che racconta delle sorgenti termali di Stabia e della loro rovina e del loro abbandono; opera che racconta lo scempio politico che ha annichilito la città di Castellammare. Ha condotto, questa rete, in seguito, alla terza produzione di questo progetto: i due della città del Sole; ha condotto a Sala Ferrari, dove lo spettacolo sarà in scena il 22-23 Novembre, dopo la prima nazionale al Supercinema del 1º Novembre.

Dunque il progetto avrà un vita successiva alla data del primo Novembre. Continuerà anche dopo le celebrazioni per il novantesimo?

Questo dipenderà dalla proprietà del Supercinema e dalle sue scelte. Il luogo in buio ed io in prima persona siamo stati coinvolti per questa operazione e abbiamo ovviamente proposto un progetto che sposa la nostra identità estetica ed etica, il nostro gusto, la nostra filosofia.
Il nostro lavoro è stato devoto perché crediamo fermamente che non ci sia futuro nel teatro che oggi viene proposto in provincia in maniera massiccia, ma a guardare bene dovunque; crediamo fermamente che non si possa più concepire un teatro come uno spazio contenitore da riempire e si debba invece dare ad esso una vita – e ne è esempio virtuoso, tra gli altri in Italia, il Bellini di Napoli. Crediamo fortemente nella intelligenza del pubblico, a differenza di chi lo vuole stupido ed incapace di ricevere proposte “difformi”. Il coraggio, ecco, è fondamentale. Il Supercinema lo ha avuto, in questo caso – e noi abbiamo risposto. Se vorrà averlo anche in futuro dovrà deciderlo ancora e ancora. E non è necessario che sia con noi. Può collaborare con altre realtà che riterrà più interessante coinvolgere. Il luogo in buio è un ponte, non una patria: è una nuvola, non un albero. È un rizoma, alla Deleuze. Ci siamo incontrati, abbiamo agito. Bisogna sempre muovere oltre. “Non si può tornare a casa”, direbbe Bergonzoni.

Cosa ti aspetti dal pubblico? E quale, invece, speri sia l’effetto di questa operazione?

Con il pubblico di Castellammare io ho un ottimo rapporto, anche se non sono molto presente sulla piazza, per i miei impegni all’estero. Hanno sempre preso parte ai miei lavori, quando presentati in città e hanno accolto le proposte sempre diverse che io esibivo, di ogni tipo, dal monologo al lavoro collettivo, dai lavori più filosofici, dedicati a Nietzsche o a Böll, a quelli più popolari, Teatranti o Pulcinella Felice, con entusiasmo e senso critico.
Che questa operazione possa offrire lo spiraglio, la possibilità di una produzione teatrale professionale che parta dal territorio e lo colleghi con altre piazze italiane, dando al Supercinema prestigio e offrendo lavoro e visibilità su scala nazionale, è auspicabile. Che sia anche luogo di tirocinio per chi, giovanissimo, non ha idea, non essendo nato in una grande capitale, di come si possa cominciare a fare questo complicatissimo mestiere, sarebbe veramente utile. Noi, in questa operazione, abbiamo lavorato in tal senso. Il futuro è nelle mani della proprietà e di chi, dopo di noi, vorrà operare nella stessa direzione, se lo si vorrà. Dico “dopo di noi” perché il luogo in buio non è in cerca di dimora fissa: abbiamo solo aperto una strada, laddove vi era la possibilità. Ci auguriamo che qualcuno ne giovi. Pavese, in Dialoghi con Leucò, fa dire a Dioniso: “sarà sempre un racconto”.

A cura di Anna Del Pezzo

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