Penisola Sorrentina DOC: il vino che racconta il mare e le colline della Campania

E’ periodo di vendemmia e ci si perde tra i profumi dell’autunno e i filari che si arrampicano sui Monti Lattari, affacciati sul Golfo di Napoli, che custodiscono uno dei tesori più autentici della tradizione vitivinicola campana: i vini a Denominazione di Origine Controllata “Penisola Sorrentina”.
Una denominazione che abbraccia il cuore verde e luminoso della costiera, dal mare di Sorrento ai crinali di Gragnano e Lettere, fino a Vico Equense, Massa Lubrense e Pimonte. Un mosaico di paesaggi che si incontrano in un bicchiere dal carattere inconfondibile.

Tre anime per una sola identità

La DOC “Penisola Sorrentina” si declina in tre sottozone, ognuna con una personalità precisa e legata al territorio.
C’è il Gragnano, rosso frizzante e vivace, con la sua spuma leggera e il profumo vinoso e fruttato che lo rende il compagno perfetto della pizza napoletana.
C’è il Lettere, anch’esso rosso e frizzante, più morbido e avvolgente, che porta nel calice il calore delle colline tra Casola e Sant’Antonio Abate.
E infine c’è il Sorrento, nei tipi bianco e rosso, più eleganti e armonici, ideali con i piatti di mare e i formaggi freschi della costiera.

Un territorio che parla attraverso il vino

I vigneti della Penisola Sorrentina vivono in un equilibrio straordinario tra mare e montagna. I suoli, di natura vulcanica e calcarea, custodiscono la memoria delle eruzioni antiche; l’esposizione al sole e la brezza marina regalano ai grappoli un’aromaticità intensa e una freschezza naturale.
Qui le vigne non superano i 600 metri di altitudine (650 per Agerola) e crescono su terrazze panoramiche, allevate a pergola o a spalliera, come da tradizione.

Le uve principali — Aglianico e/o Piedirosso (detto Pér’ e palummo) e/o Sciascinoso (detto anche Olivella), per un minino insieme del 60% del vino, con Piedirosso minimo (40%) — vengono raccolte a mano e vinificate secondo pratiche enologiche “leali e costanti”. Niente forzature, nessuna gassificazione artificiale: i rossi frizzanti nascono da una rifermentazione naturale, che dona quella vivace effervescenza tanto amata dai napoletani e tanto decantata in libri e film: è famosissima la scena di Totò ed Enzo Turco in Miseria e nobiltà (1954, regia di Mario Mattoli e tratto dall’omonima opera teatrale di Eduardo Scarpetta).

Un legame che attraversa i secoli

La storia di questi vini è antica quanto la terra che li genera. Già i Greci e i Romani coltivavano la vite sulle pendici dei Lattari, e nei torchi delle ville rustiche di Stabiae fermentavano i mosti destinati alle mense patrizie.
Nel Settecento e nell’Ottocento, il vino di Gragnano era talmente celebre che — come scrisse il cronista Il Gigante nel 1845 — bastava dire “Gragnano” per intendere un vino fragrante, limpido e dolce da berne due bocce senza ubriacarsi.

Anche Mario Soldati, narratore e viaggiatore del gusto, lo definì un vino campestre e frizzantino, dal profumo vinoso e dal retrogusto di affumicato, buono anche sui pesci e le verdure.
Un vino di popolo, ma di grande dignità, che oggi ritorna protagonista sulle tavole della costiera e nei ristoranti di Napoli.

La vendemmia e il futuro

Con l’arrivo di ottobre, i grappoli maturi brillano sotto il sole basso del tardo pomeriggio. I produttori locali, custodi di un sapere antico, selezionano i migliori filari per mantenere la resa sotto le 11 tonnellate per ettaro (meno per le sottozone più pregiate). Ogni vendemmia diventa così un rito collettivo, una festa che unisce generazioni e territori.

La DOC “Penisola Sorrentina” è oggi non solo un simbolo di qualità enologica, ma anche un biglietto da visita del turismo esperienziale in Campania: tra cantine panoramiche, degustazioni in vigna e itinerari che uniscono vino, mare e tradizione.

A cura di Nicola D’Auria

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