Un dolce stabiese “ritrovato”: la Barchiglia

Nel 1800 la cittadina stabiese era conosciuta ed apprezzata, oltre che per le famose gallette, anche per una specialità di pasticceria detta “barchiglia”. Francesco Alvino nel 1845 in “Viaggio da Napoli a Castellammare” sosteneva che questo dolce “solleticasse il gusto di chi spendeva pochi giorni di vita spensierata in Castellammare”. Il termine barchiglia ci rimanda alla voce dialettale varchiglia, evidente ispanismo di “barquilla” che indica uno “stampo allungato a forma di barca, atto a fare paste dolci”. La barchiglia, comune in molte aree centro-meridionali, veniva descritta come: “uno scrigno di pastafrolla che custodiva un ripieno di farina di mandorle e zucchero ricoperto di glassa”.Successivamente il cioccolato prese il posto della glassa.La variante dialettale “varchiglia” compare nel 1745 a Napoli in una ninna nanna intitolata “L’Amore ingegnoso”. Una commedia per musica di Antonio Palomba, rappresentata al Teatro de’ Fiorentini nell’Autunno di quell’anno. Nella prima scena del secondo atto si legge: “Nce stea na vota na mamma… E sta figlia avea l’abbramma… E magnava sempe varchiglia…E decea la figlia a la mamma… Vieneme chiamma…vieneme chiamma… Responnea la mamma a la figlia… Vieneme piglia, vieneme piglia…E la figlia da ccà… E la mamma da llà… E nanianella… e nanianà”. Il Vocabolario napoletano di Andreoli del 1887, registra la voce varchiglia fornendo la definizione di “pasticcetto così detto dalla sua forma a barchino”. In questo senso la barchiglia potrebbe essere l’antesignano del “pasticciotto”, dolce che si ritrova anche nella cucina salentina e calabrese. Alcuni linguisti hanno altresì evidenziato che il lemma barquilla potrebbe non essere riferito al solo termine “barchetta”, con una sua perfetta “aderenza” al nome del dolce, ma anche alla voce barquillo che in spagnolo vuol dire “cialda”, anche in questo caso pertinente al dolce. Una conferma autorevole della presenza della specialità stabiese ci viene resa dalla raccolta epistolare di Ferdinando IV. In “Lettere di Ferdinando IV alla duchessa di Floridia 1820-1824”, curata da Salvatore di Giacomo e pubblicata nel 1914, il sovrano scrive alla seconda moglie Lucia Migliaccio: “…ti mando delle barchiglie di Castell’ammare…ti abbraccio teneramente e sono tuo Affezzionatissimo Compagno. Fedinando B.”Si avvicina alla varchiglia anche la ricetta delle «Bocchinotte d’amarene» del napoletano Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, cuoco e letterato, presente in “Cucina teorico-pratica” pubblicato a Napoli nel 1837. Dall’indagine lessicografica, si evince la costante difficoltà di ricostruire la semantica del termine sia per la termnologia adottata dai trattati gastronomici comparsi in area meridionale tra il XVI e il XIX secolo, sia dalle registrazioni nei repertori lessicografici otto-novecenteschi. A tal riguardo, il lessico: pasticcini, pasticcetti, pasticciotti, bocchinotti, barchiglia, varchiglia, vengono adoperati come sinonimi, a prescindere dall’area di diffusione e dagli ingredienti specifici delle ricette del luogo. Si tratta, in linea generale, di un dolce monoporzione. Inoltre, vi è da dire anche che le contaminazioni tra culture e tradizioni differenti generano frequenti episodi di geosinonimia (parole diverse che in luoghi diversi descrivono gli stessi concetti) che si intrecciano con fenomeni di geoomonimia (parole identiche nella forma che in luoghi diversi sono associate a concetti diversi). L’affermazione dell’arte dolciaria è stato comunque uno dei punti fermi dei monasteri femminili tra il XV e il XIX sec., e non soltanto di quelli napoletani. Prima ancora che sorgessero le pasticcerie, la preparazione dei dolci all’interno dei monasteri, per le suore senza vocazione, era l’unica forma di libertà, un modo per restare in contatto con il mondo esterno.Una testimonianza sul binomio barchiglia-monastero ci viene resa da Enrichetta Caracciolo. Enrichetta è stata una figura femminile interessante del Risorgimento italiano. Costretta dalla madre alla monacazione, fu mandata nel convento benedettino di San Gregorio Armeno di Napoli dove si trovavano già due zie paterne. La maggior parte delle notizie sulla sua vita provengono dall’opera autobiografica “Misteri del chiostro napoletano” apparsa a Firenze nel 1864, ma scritto a Castellammare dalla Caracciolo una volta uscita dal convento. Le memorie, nate verosimilmente come diario privato di una sofferta esperienza di vita, si caricarono nel tempo di molto risentimento. Scrive a riguardo: “L’occupazione principale, la summa rerum del co vento sta nella confezione dei dolci. La confezione de dolci è nei monasteri di donne è ciò che la focaccia è nell’harem. Ciascun monastero ha la sua specialità ed una particolare rinomanza: questo è per saper fare le sfogliatelle, quello per le barchiglie, l’altro per la pasta reale, un altro per le monacelle, per i mostaccioli ecc.”. In città la barchiglia venne in uso verosimilmente con la dominazione spagnola. A Castellammare nel 1542 i governatori della confraternita dell’Annunziata e della Pace, costituita nell’omonima chiesa sita in località “molo”, ottennero licenza di formare un monastero di Regola Carmelitana. Solo dopo varie vicissitudini, nell’anno 1569, le monache di questa Comunità presero dimora nel sito denominato “capite portus” (Largo Pace nel centro antico) nel venerabile monastero di Santa Maria della Pace, priora suor Angiola Bruno di Sessa, monaca del monastero della croce di Lucca. Nel 1866, a seguito dell’espulsione dal Regno delle Due Sicilie di tutti gli ordini religiosi, il monastero fu abbandonato, l’anno successivo passò al Comune. Fu anche sede della Pretura, di un Commissariato e di una scuola, attualmente versa in uno stato di completo abbandono. A questo monastero e a quello limitrofo di San Bartolomeo, il 22 ottobre del 1849 fece visita il santo Pontefice Pio IX. Ci piace pensare che le consorelle fecero assaggiare a Sua Santità una “barchiglia stabiese”.

A cura di Giuseppe Plaitano

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