Durante i mesi più incerti della pandemia, quando il mondo cercava di bilanciare sicurezza e libertà individuale, una voce fuori dal coro si è fatta sentire con forza. Kevin Warwick, professore emerito di cibernetica all’Università di Reading, ha dichiarato che la privacy, quel baluardo intoccabile dell’era digitale, è ormai un mito. E che forse, invece di difendere qualcosa che non esiste più, dovremmo imparare a usare la tecnologia di tracciamento dei contatti a nostro vantaggio. La proposta, pronunciata nel pieno delle discussioni sulle app di monitoraggio del contagio, suona quasi provocatoria: se siamo già costantemente sorvegliati da piattaforme, dispositivi e algoritmi, perché non mettere quella stessa sorveglianza al servizio della salute pubblica? “Il nostro concetto di privacy deve cambiare, soprattutto in un momento di circostanze eccezionali come queste”, ha affermato Warwick. “Abbiamo a disposizione una miriade di informazioni, eppure non le utilizziamo.” Le sue parole toccano un nervo scoperto. Il tracciamento dei contatti, infatti, si basa sui dati di localizzazione degli smartphone per ricostruire gli incontri tra persone, individuando chi è entrato in contatto con un soggetto infetto. Un sistema potenzialmente efficace, ma che implica un controllo capillare dei movimenti individuali. Ed è proprio lì che si consuma il dilemma: la tutela collettiva contro la salvaguardia della sfera privata. Warwick sembra suggerire che la scelta sia già stata fatta, almeno di fatto. Viviamo in un ecosistema digitale in cui ogni interazione, un messaggio, un acquisto, un percorso su mappa, lascia tracce che aziende e governi possono leggere. Non si tratta più di decidere se siamo osservati, ma di capire come usare quell’osservazione. Da qui la sua provocazione: “Il Grande Fratello è con noi ora, quindi per il nostro bene dovremmo usarlo per aiutarci, non per ostacolarci.” L’affermazione scuote per la sua franchezza, ma fotografa una realtà difficile da negare. Nel 2020, mentre le società digitali si scoprivano vulnerabili come non mai, la pandemia ha messo in crisi non solo i sistemi sanitari, ma anche le convinzioni su cosa significhi essere liberi in un mondo iperconnesso. La riflessione di Warwick resta scomoda, ma necessaria: se la privacy è davvero un’illusione, allora la vera questione non è più come difenderla, ma come convivere con la trasparenza senza perdere l’umanità. Fonte: Futurism ottobre 2025.
Fonte: Futurism ottobre 2025.
A cura di Christian Apadula

