La Rotta della Neve nella Stabia dell’Ottocento

Nella Castellammare del XIX secolo, oltre al fragore dei cantieri borbonici e allo scorrere delle acque minerali, esisteva un’industria silenziosa e vitale: quella della neve. In un’epoca priva di refrigerazione artificiale, il ghiaccio estratto dai Monti Lattari era un lusso indispensabile per la medicina, la conservazione dei cibi e la raffinata arte della sorbetteria napoletana. Il Monte Faito fungeva da enorme serbatoio naturale. Qui, i “nevaiuoli” raccoglievano la neve fresca e la stipavano in profonde fosse circolari scavate nel terreno: le neviere. Il processo era meticoloso: la neve veniva pestata finché non diventava ghiaccio solido, poi isolata con strati di paglia e foglie di faggio per resistere fino alla calura estiva. Il trasporto dai 1100 metri del Faito ai centri di consumo richiedeva una conoscenza perfetta del territorio. I nevaiuoli percorrevano sentieri studiati per pendenza e ombra, rigorosamente tra l’una e le quattro del mattino per evitare lo scioglimento. Giunti alla base del monte, i mulattieri deviavano verso i viali ombrosi del Parco Reale, servendo direttamente le grandi proprietà nobiliari. Mentre gran parte del carico raggiungeva Napoli via mare, una quota fondamentale si fermava a Quisisana. Questa zona, eletta a residenza estiva dall’aristocrazia, faceva del ghiaccio un elemento di distinzione sociale come a Villa Lucia o la residenza dei Principi di Moliterno dove la neve era stoccata in ghiacciaie private (vani ipogei con pareti in tufo e doppi ingressi) per rinfrescare i sontuosi ricevimenti. Gli intellettuali europei rimasero folgorati da questa organizzazione. Henry Swinburne ammirò come i Lattari fossero il “polmone refrigerante” di Napoli. Richard Keppel Craven lodò la solerzia dei lavoratori stabiesi nel garantire gelati perfetti anche sotto il sole cocente. Charles MacFarlane rimase incantato dal passaggio notturno dei muli carichi di neve, descrivendolo come un rito magico. Stendhal e Maye ricordarono nei loro scritti la frescura impareggiabile che solo la neve del Faito sapeva donare durante le torride estati borboniche. Dietro il fascino dei sorbetti si celava una ferrea macchina burocratica. Nel Regno delle Due Sicilie, la neve era un genere di privativa (monopolio). Il Comune di Castellammare metteva all’asta l'”Appalto della Neve”: l’aggiudicatario otteneva l’esclusiva del prelievo ma doveva garantire rifornimenti costanti e prezzi calmierati per gli ospedali. Ogni carico era soggetto a rigidi controlli. C’era un dazio di uscita che veniva pagato al prelievo dalle fosse. C’era poi la gabella di transito, controllata lungo la “rotta” con bollette di accompagnamento obbligatorie. Infine il dazio di consumo, pagato all’ingresso delle barriere doganali di Napoli. Anche le grandi famiglie come i Moliterno o i proprietari delle varie ville dovevano sottostare a queste denunce per evitare il contrabbando, molto diffuso tra chi cercava di vendere sottobanco il ghiaccio “rubato” dalle vette. L’importanza della neve era tale da permeare il linguaggio comune, con espressioni che ancora oggi testimoniano quanto questo elemento fosse radicato nella vita degli stabiesi:

Addò si’ juto a ‘nzaccà ‘a neve?“: (Dove sei andato a insaccare la neve?) Rivolto a chi si è attardato a lungo in luoghi remoti, come i nevaiuoli che sparivano per ore sulle vette.

Te piace ‘o vino c’‘a neve“: Per apostrofare chi cerca sempre il massimo del lusso e della ricercatezza (come il vino raffreddato tipico delle mense nobiliari).

Acquaiuò, l’acqua è fresca? … Manc’‘a neve!“: Il grido del venditore d’acqua che garantiva una freschezza superiore persino a quella del prezioso carico del Faito.

Oggi, i sentieri del Faito conservano ancora le sagome circolari delle antiche neviere, testimoni silenziosi di un’epoca in cui la sopravvivenza e il piacere dipendevano dalla maestria nel conservare l’oro bianco dei monti.

A cura di Giuseppe Plaitano

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